Il grande tumulto a Efeso
Il tesoro
Il terzo viaggio missionario di Paolo, avvenuto tra il 52 e il 57 d.C., lo portò principalmente nella città di Efeso, capitale della provincia romana dell’Asia, situata sulla costa occidentale della Turchia. Efeso era un importante centro commerciale ed era anche sede del tempio della dea pagana Artemide; era considerato una delle sette meraviglie del mondo antico. Il Tempio di Artemide, costruito nel 550 a.C. con il marmo più pregiato e dotato di 127 colonne in stile ionico, ciascuna alta poco meno di 18 metri, era uno degli edifici più maestosi mai realizzati dai Greci.
Gran parte della vita commerciale di Efeso ruotava attorno al culto di Artemide, dato che il tempio attirava fedeli, pellegrini e turisti da tutto il mondo romano, che acquistavano anche talismani o souvenir. Esisteva una prospera corporazione di argentieri che svolgeva un’attività redditizia producendo e vendendo reliquiari e immagini in argento in miniatura della dea.
A Efeso viveva una numerosa comunità ebraica e, durante i suoi primi tre mesi in città, Paolo parlò con franchezza nella sinagoga ebraica, predicando Cristo, discutendo e persuadendo il popolo circa il regno di Dio (Atti 19:8). Nonostante le sue argomentazioni volte a convincerli che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio, molti di loro si rifiutarono di credere e respinsero il suo messaggio; poi cominciarono a diffamare la fede cristiana davanti all’intera assemblea (Atti 19:9). Così Paolo e i discepoli si allontanarono da loro e non tentarono più di convincerli, concentrando i propri sforzi sull’evangelizzazione dei Gentili (i non ebrei).
In altri passi del libro degli Atti sono riportati episodi simili in cui Paolo predicava nella sinagoga delle città che visitava e veniva respinto dalla popolazione ebraica. In ogni singolo caso interruppe i suoi tentativi di rivolgersi agli ebrei e si concentrò sull’evangelizzazione dei Gentili (Atti 13:44–45; 18:5–6). In questo caso a Efeso, dopo aver subito l’opposizione pubblica nella sinagoga, Paolo iniziò a predicare ai greci nella scuola di Tiranno.
La scuola di Tiranno era probabilmente uno spazio pubblico per conferenze a Efeso, utilizzato per l’insegnamento e le discussioni filosofiche, cosa comune nelle città greco-romane. Questa sala avrebbe permesso a Paolo di rivolgersi a un pubblico più ampio, in particolare a persone interessate alla filosofia e alla religione. Paolo discusse e insegnò lì per due anni, così che tutti gli abitanti dell’Asia, sia ebrei che greci, udirono il messaggio del Vangelo (Atti 19:10).
Con il passare delle settimane e dei mesi, molti alti funzionari del governo della città si convertirono alla fede in Cristo. Studenti, funzionari romani, notabili e semplici cittadini, tra cui persone provenienti da Efeso e da città lontane, ricevettero la testimonianza e molti divennero cristiani, ancor più dopo aver assistito agli straordinari miracoli di guarigione che Dio compiva attraverso Paolo.
Quando fazzoletti o grembiuli che avevano semplicemente sfiorato la sua pelle venivano posti sui malati, le malattie guarivano e gli spiriti maligni venivano scacciati (Atti 19:11–12). In una città in cui si praticava la magia pagana, la gente assistette alle ancora più potenti opere dello Spirito Santo attraverso Paolo. Questi miracoli aprirono la strada alla proclamazione del Vangelo e servirono a confermare che Dio operava attraverso Paolo e che il messaggio da lui diffuso era vero. «Questo fatto fu risaputo da tutti i Giudei e i Greci, che abitavano a Efeso […] e il nome del Signore Gesù era esaltato» (Atti 19:17).
Di conseguenza, molti cittadini di Efeso si convertirono. Uomini che in precedenza avevano praticato la stregoneria e la magia nera si fecero avanti e confessarono apertamente le loro azioni malvagie (Atti 19:18). In epoca greco-romana, incantesimi e formule magiche venivano spesso raccolti e pubblicati in libri venduti a prezzi elevati. In una spettacolare dimostrazione di pentimento, la Bibbia racconta che «fra quanti avevano esercitato le arti magiche, molti portarono i loro libri e li bruciarono in presenza di tutti; e, calcolatone il prezzo, trovarono che era di cinquantamila dramme d’argento» (Atti 19:19).
Dopo due anni, la parola del Signore e il messaggio del Vangelo avevano acquisito una tale potenza e influenza che tutti gli abitanti della provincia dell’Asia, ebrei, romani e greci, avevano udito il messaggio della salvezza.
Fino a quel momento, il fiorente commercio di tempietti e idoli aveva garantito lavoro ai numerosi artigiani di Efeso. Ma man mano che sempre più efesini si convertivano al cristianesimo, gli argentieri cominciarono a registrare un calo significativo delle vendite. Uno di questi argentieri, che impiegava molti artigiani nella sua corporazione, era un uomo di nome Demetrio, il quale cominciò a considerare l’influenza degli insegnamenti di Paolo una minaccia sempre più grande per questa attività redditizia.
Demetrio convocò tutti i suoi artigiani, insieme ai lavoratori con mestieri e arti affini, e quando si furono radunati, disse: «Uomini, voi sapete che da questo lavoro proviene la nostra prosperità; e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi!» (Atti 19:25–26).
Demetrio proseguì sottolineando che non solo avrebbero perso le loro entrate, ma lo stesso tempio della loro dea Artemide, venerata in tutta l’Asia, sarebbe stato screditato e addirittura «privato dalla sua maestà» (Atti 19:27). L’affermazione di Demetrio era vera, poiché la gente giungeva a Efeso dall’Asia e da tutto il mondo romano per adorare Artemide, in particolare durante la festa primaverile di una settimana dedicata alla dea.
Quando gli artigiani riuniti udirono questo discorso, furono sopraffatti dalla furia e dall’ira religiosa e cominciarono a gridare all’unisono: «Grande è l’Artemide degli Efesini» (Atti 19:28). Ben presto la confusione si allargò alle strade e in breve tempo l’intera città di Efeso fu in subbuglio. La folla si precipitò nel teatro, trascinando con sé Gaio e Aristarco, i compagni di viaggio macedoni di Paolo (Atti 19:29). Il teatro di Efeso era il luogo di ritrovo per le riunioni cittadine e aveva una capienza di oltre 20.000 persone.
A questo punto tutti i funzionari e gli amministratori civici di Efeso avevano saputo che la città era in subbuglio a causa di Paolo e che la folla aveva catturato i suoi due amici. Quando Paolo venne a sapere ciò che stava accadendo, volle recarsi davanti alla folla, ma i discepoli non glielo permisero. Persino alcuni funzionari della provincia, amici di Paolo, gli inviarono un messaggio supplicandolo di non avventurarsi nel teatro (Atti 19:30–31). Sapevano che molto probabilmente ciò gli sarebbe costato la vita.
Nel frattempo, dall’altra parte della città, l’assemblea all’anfiteatro era in uno stato di caos e confusione totale. Alcuni gridavano una cosa, altri un’altra, e la maggior parte della gente non sapeva nemmeno perché si fosse radunata lì (Atti 19:32). Un artigiano ebreo di nome Alessandro fu spinto avanti dai capi ebrei, probabilmente per rilasciare una dichiarazione che li dissociasse da Paolo.
Alessandro riuscì a farsi strada fino in prima fila, ma quando fece cenno alla folla di tacere, preparando la sua difesa, alcuni tra la folla si accorsero che era ebreo. Pensando che stesse per parlare contro la loro dea, furono presi da fervore religioso e cominciarono a gridare: «Grande è Artemide degli Efesini! Grande è Artemide degli Efesini!» Per due ore la folla continuò a scandire lo slogan e l’intera città tremò sotto quel fragore assordante (Atti 19:33–34).
Alla fine, il cancelliere, che ricopriva la carica di capo dell’amministrazione cittadina, si alzò e placò la folla, rassicurandola che la reputazione della città era al sicuro.
«Uomini di Efeso», disse. «Tutti sanno che Efeso è la custode ufficiale del tempio della grande Artemide, la cui immagine ci è scesa dal cielo. Poiché questo è un fatto innegabile, dovreste mantenere la calma e non compiere azioni avventate» (Atti 19:35–36). Indicando Gaio e Aristarco, proseguì dicendo: «Voi avete portato qui questi due uomini, i quali non hanno profanato il tempio, né hanno bestemmiato la nostra dea».
Il cancelliere proseguì affermando: «Se dunque Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno qualcosa contro qualcuno, ci sono i tribunali e ci sono i proconsoli: si facciano citare gli uni e gli altri. Se hanno delle accuse da sollevare, allora dovrebbero risolverle attraverso i canali legali in un’assemblea legittima, in tribunale» (Atti 19:37–39).
«Infatti corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto» (Atti 19:40). Dopo aver pronunciato questa dichiarazione, il cancelliere sciolse l’assemblea e mandò tutti a casa.
Questo resoconto dettagliato contenuto negli Atti, in cui si illustra il ragionamento del cancelliere basato su argomenti giuridici, potrebbe aver fornito ai cristiani di altre città un importante fondamento per difendersi. Ciò stabilì un precedente secondo cui il Vangelo cristiano non era in contrasto con lo stato di diritto romano né turbava l’ordine pubblico, e che le accuse mosse in tal senso erano infondate. Dopo questo evento, la comunità cristiana di Efeso continuò a prosperare.
Tratto da una serie di racconti biblici drammatizzati pubblicata dalla Famiglia Internazionale nel 1987. Adattato e ripubblicato nel settembre 2026.
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