Ama i tuoi nemici
Peter Amsterdam
Nel Sermone sul Monte, Gesù non solo insegnò che i membri del regno di Dio non dovrebbero cercare una ritorsione né resistere quando subiscono un torto, ma insegnò anche che dobbiamo amare i nostri nemici.
“Voi avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli” (Matteo 5:43-48).
Gesù parafrasò la frase in Levitico 19:18 – ama il tuo prossimo – poi aggiunse la frase e odia il tuo nemico, che molto probabilmente riassumeva il modo in cui molti interpretavano le Scritture ai suoi giorni. Non esistono versetti che dicono specificamente di odiare il tuo nemico, anche se lo si può desumere da versetti dell’Antico Testamento come: “Non odio forse quelli che ti odiano, o Eterno, e non detesto quelli che si levano contro di te? Io li odio di un odio perfetto; essi sono divenuti miei nemici” (Salmi 139:21-22).
Vi sono anche passi del’Antico Testamento che parlano di mostrare bontà e gentilezza ai nemici. “Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare, e se ha sete, dagli acqua da bere” (Proverbi 25:21). “Quando il tuo nemico cade, non rallegrarti; quando è atterrato, il tuo cuore non gioisca (Proverbi 24:17).
Il commentatore D. A. Carson ha detto: “Alcuni Ebrei intendevano la parola ‘prossimo’ o ‘vicino’ secondo un principio di esclusione: dobbiamo amare solo il nostro prossimo, pensavano, quindi dobbiamo odiare i nostri nemici. Ciò era effettivamente insegnato in alcuni circoli”.1
La chiave sta nella definizione di chi sia il prossimo. Nell’Antico Testamento il termine è generalmente usato per indicare un membro del popolo ebreo. Nei libri del Levitico e del Deuteronomio la parola “prossimo” in genere si riferisce ad altri Ebrei. La frase completa parafrasata da Gesù diceva: “Non farai vendetta e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19:18).
Generalmente, il pensiero ebraico dell’epoca escludeva il “non-prossimo”, essenzialmente i non-Ebrei, dal comandamento di amare. Gesù comunque allargò molto l’interpretazione di chi è il prossimo, fino a includere gli stranieri e perfino i nemici. Lo si vede chiaramente in questo brano del Sermone sul monte, così come nella parabola del Buon Samaritano (Luca 10:29-37).
John Stott spiega che secondo Gesù il nostro prossimo è “non necessariamente un membro della nostra razza, religione o condizione sociale. […] Il nostro ‘prossimo’, nel vocabolario di Dio, include i nostri nemici. Ciò che lo rende il nostro prossimo è il semplice fatto di essere un essere umano come noi, che si trova nel bisogno, il cui bisogno conosciamo e siamo nella posizione di alleviare in qualche modo”.2
Dobbiamo amare i nostri nemici, fare del bene a quelli che ci odiano, benedire quelli che ci maledicono e pregare per quelli che ci maltrattano (Luca 6:27-28). Perché? Perché siamo figli di Dio ed è così che Dio tratta la gente.
Parlando dell’umanità in genere, l’apostolo Paolo indicò chiaramente che nel suo insieme, a causa del peccato di Adamo (e poi individualmente per i nostri stessi peccati), l’umanità respinse Dio e quindi era considerata sua nemica, tuttavia le Scritture ci dicono che “mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio” (Romani 5:10). Dio ha amato l’umanità fin dall’inizio; ci ha amato, anche se essa si è ribellata contro di Lui a causa dei suoi peccati. Come suoi figli, dovremmo fare come Lui e amare i nostri nemici.
Ci viene detto di pregare per quelli che ci perseguitano e ci maltrattano. Dobbiamo pregare per loro come Gesù pregò dopo essere stato picchiato ferocemente e inchiodato alla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Luca 23:34). Siamo figli di nostro Padre e come tali dovremmo imitare il suo amore. Lui non fa discriminazioni. Dà le benedizioni del sole e della pioggia non solo ai giusti, ma anche agli ingiusti. Quando si tratta del suo amore, Dio è aperto a tutti; come suoi discepoli, il nostro atteggiamento verso gli altri dovrebbe rispecchiare il suo.
In precedenza, nel Sermone Gesù aveva insegnato ai suoi seguaci di “andare un altro miglio”, evitare di reagire con una ritorsione, dare non soltanto la tunica, ma anche il nostro mantello quando qualcuno ci cita in giudizio. Qui fa un altro passo, dicendo che dobbiamo amare queste persone, amare perfino i nostri nemici, avere un atteggiamento positivo nei loro confronti. L’amore di cui parla non si riferisce all’affetto naturale o a sentimenti d’amore, ma a un tipo di amore che nasce dalla volontà e sceglie di amare chi non se lo merita. È un amore che si dimostra nella pratica, con compassione e bontà.
Poi Gesù presenta due casi ipotetici: “Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pagani?” (Matteo 5:46-47).
Amare chi ci ama non è niente di speciale. Anche le persone che ai tempi di Gesù erano considerate tra le più infime (gli odiati esattori delle tasse) amavano familiari e amici. Gesù indica che non vi sono ricompense se facciamo ciò che è normale e naturale. Poi indicò che, se saluti solo i tuoi (in questo caso i confratelli ebrei), fai soltanto quello che fanno tutti, compreso i pagani, i gentili – persone disprezzate e considerate idolatre. Non c’è niente di eccezionale nel salutare calorosamente la propria gente. L’allusione è che ci si aspetta qualcosa di più dai credenti.
In precedenza, nel Sermone Gesù aveva detto: “Perciò io vi dico: Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, voi non entrerete affatto nel regno dei cieli” (Matteo 5:20).Come membri del regno dobbiamo fare più di quello che ci viene naturale, dobbiamo spingerci oltre la norma. Dobbiamo imitare Dio manifestando il suo amore a tutti, compresi quelli che ci odiano e ci perseguitano.
Poi Gesù terminò dicendo: “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:48). Il significato di “perfetto” in questo caso non indica perfezione morale. John Stott spiega:
Sia la fame di giustizia sia la preghiera per ottenere il perdono, essendo costanti, sono chiare indicazioni che Gesù non si aspettava che i suoi seguaci diventassero moralmente perfetti in questa vita. Il contesto indica che la “perfezione” a cui si riferisce ha a che fare con l’amore, quell’amore perfetto di Dio che si manifesta anche nei confronti di chi non lo ricambia. Anzi, gli studiosi ci dicono che il termine aramaico che probabilmente Gesù utilizzò significava “onnicomprensivo”.3
Le istruzioni di “essere perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” si rifanno al punto precedente dell’imitare Dio. Lo stile di vita di un credente, insieme ai principi su cui si basa, deve essere diverso dalla norma. Trae la sua direzione e la sua ispirazione dal carattere di Dio, invece che dalle norme consuete della società. Gesù insegna che dobbiamo guardare oltre la semplice ubbidienza alle regole e alle restrizioni della Legge, per riflettere il carattere di Dio come meglio possiamo. È un eco dell’istruzione data ripetutamente nell’Antico Testamento: “Siate santi, perché io, l’Eterno, il vostro Dio, sono santo” (Levitico 19:2).
Come fa il Padre, il nostro modo di trattare gli altri non dovrebbe essere determinato da chi sono o da come ci trattano. Dio ama tutti e dona a tutti il suo amore, anche se non credono in Lui – anche se lo odiano. Non risponde allo stesso modo, ma li ama, perché Lui è amore. Anche noi siamo invitati a superare il nostro modo di reagire agli altri basandoci su quello che proviamo per loro, sul modo in cui ci trattano o su quello che dicono. Dobbiamo invece essere governati dall’amore di Dio, amare come Lui ama. Quando lo facciamo, riflettiamo il suo amore su di loro.
È chiaro nelle Scritture che nella vita a venire quelli che sono stati malvagi e hanno rifiutato il dono di un rapporto personale con Dio, reso possibile dal sacrificio di suo Figlio, affronteranno il giudizio (Giovanni 3:36; Giovanni 5:28-29). Dio odia il male che hanno fatto (come quello che abbiamo fatto noi), ma ama loro come singoli individui. Così, anche se noi dobbiamo amare gli individui come li ama Dio, ciò non significa che dobbiamo accettare o sostenere le cose che fanno e il tipo di persona che diventano, oppure evitare di dichiararci contrari o di prendere posizione contro i loro misfatti o le loro azioni malvage.
Paolo dice: “Detestate il male e attenetevi fermamente al bene” (Romani 12:9). Esiste una giusta ira contro il male. Ma una simile ira è un odio per le azioni malvage; è odiare ciò che Dio odia. Non è un odio personale; non è cattiveria, spirito di vendetta o ripicca.
Dio ama ogni essere umano, anche se pecca contro di Lui. Offre a tutti un mezzo di salvezza dalla sua ira contro il loro peccato. La richiesta di amare i nostri nemici è una richiesta di amarli come li ama Dio, di desiderare il bene per loro, di pregare che possano conoscerlo per poter passare l’eternità con Lui.
La richiesta di Gesù di amare i nostri nemici è una richiesta di vivere come membri del suo regno, facendo risplendere la nostra luce davanti agli altri e facendo del nostro meglio per rispecchiare la natura e il carattere di Dio, il nostro Padre che è nei cieli.
Pubblicato originariamente nel maggio 2016.
Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 21 marzo 2024.