Le parole possono ferire o guarire

Agosto 27, 2026

Compilazione

[Words Can Hurt or Heal]

La Bibbia ci dice che le nostre parole hanno il potere di dare la vita e di toglierla (Proverbi 18:21). Spesso riceviamo incoraggiamento dalle parole di qualcuno. Lo stesso vale per lo scoraggiamento. «Chi parla senza riflettere, trafigge come spada» (Proverbi 12:18), ma «quanto è buona una parola detta al momento giusto!» (Proverbi 15:23). […]

Le nostre parole possono influire sulla salute emotiva e spirituale di una persona a cui teniamo. […] Stiamo edificando la vita dei nostri figli, del nostro coniuge e degli altri nostri cari con le nostre parole, oppure li stiamo demoralizzando? Stiamo infondendo speranza nelle persone o mortificando il loro spirito? Proverbi 15:4 dice: «La lingua che calma è un albero di vita, ma la lingua perversa strazia lo spirito».

Gesù ci ricorda che le nostre parole hanno origine dal profondo del nostro cuore: «Poiché dall’abbondanza del cuore la bocca parla» (Matteo 12:34–37). […] Un cuore critico pronuncerà parole denigratorie; un cuore amareggiato, parole pungenti; un cuore ipocrita, parole di giudizio; un cuore ingrato, parole di lamentela. D’altra parte, un cuore amorevole pronuncerà parole incoraggianti; un cuore soddisfatto, parole di fede; un cuore umile, parole di accettazione; un cuore pieno di gioia, parole di gratitudine. Amore, soddisfazione, umiltà e gioia: queste qualità che sono dentro di noi ci aiuteranno a infondere vita negli altri. —GotQuestions.org1

*

Come mai le parole crudeli che ci vengono rivolte possono essere tanto dolorose e dannose? Dopotutto, le parole offensive pronunciate non causano ferite fisiche; non scorre sangue, non compaiono lividi, nessun organo vitale viene trafitto o perforato. Eppure, le parole che escono dalla bocca di qualcuno possono essere così dolorose e offensive da indurre una persona a smettere di mangiare, di sorridere, di sperare e di credere. Come possono dei soffi d’aria invisibili che trasportano onde sonore causare così tanto danno all’essere umano? Non è possibile spiegarlo scientificamente perché è una questione di anima e spirito. […]

Le parole possono ferire perché riescono a penetrare e a ferire la nostra anima, […] quella parte interiore del nostro essere che molti di noi trascurano perché abbiamo investito tutto il nostro tempo, il nostro denaro e la nostra energia nel corpo (il nostro essere materiale). L’anima umana può essere aiutata o ferita dalle parole. L’anima umana può essere incoraggiata o scoraggiata dalle parole. Le parole possono arrivare “dentro” di noi […] non solo nelle orecchie e nel cervello, ma nell’anima e nello spirito.

Se sei stato ferito dalle parole di un altro essere umano, molto probabilmente ora provi dolore nell’anima. Non puoi andare al pronto soccorso per farti medicare la ferita. Non c’è una ferita fisica da mostrare al medico, ma c’è una ferita lo stesso. Allora, dove andiamo quando la nostra anima è ferita? Il salmo 23 ci offre la risposta, quando ci parla del nostro Buon Pastore che ci conduce lungo acque calme e ristora la nostra anima. Le parole degli altri possono ferirci l’anima, ma una parola di Dio può guarirci!

Il salmo 107:20 dice: «Mandò la sua parola e li guarì». Una parola buona può guarire le tue ossa! Proverbi 16:24 dice: «Le parole gentili sono un favo di miele; dolcezza all’anima, salute alle ossa». —Greg A. Lane2

*

Fred Craddock è docente presso il Phillips Theological Seminary negli Stati Uniti. Racconta di una volta in cui era in vacanza nel Tennessee. Lui e sua moglie stavano cenando in un ristorante quando un anziano iniziò a parlare con loro, chiedendo loro come stavano e se si stavano godendo la vacanza. Quando l’anziano chiese a Fred che lavoro facesse, Fred vide l’occasione per liberarsi di lui: «Sono un predicatore».

«Un predicatore? Fantastico. Mi permetta di raccontarle una storia su un predicatore». L’anziano si sedette al loro tavolo e iniziò a parlare. Man mano che parlava, il fastidio di Fred si trasformò in profonda umiltà. L’anziano spiegò di essere un bastardo — in senso letterale, piuttosto che figurato. Era nato senza sapere chi fosse suo padre, motivo di grande vergogna in una piccola città all’inizio del XX secolo.

Un giorno nella chiesa del posto arrivò un nuovo predicatore. L’anziano spiegò che da giovane non era mai andato in chiesa, ma una domenica decise di andarci per ascoltare la predica del nuovo pastore. Era bravo. Il ragazzo illegittimo ci tornò più volte. Anzi, iniziò a frequentare la chiesa praticamente ogni settimana, ma era sempre accompagnato dalla vergogna. Quel povero ragazzino arrivava sempre in ritardo e se ne andava presto per evitare di parlare con chiunque.

Una domenica, però, fu così assorbito dal sermone che si dimenticò di andarsene. Prima ancora di rendersene conto, la funzione era finita e le navate si stavano riempiendo. Si affrettò a farsi strada tra la gente per uscire dalla porta, ma mentre lo faceva una mano si appoggiò sulla sua spalla.

Si voltò e vide il predicatore, un uomo alto e robusto, che lo guardò, poi gli chiese: «Come ti chiami, ragazzo? Di chi sei figlio?» Il ragazzino si sentì morire dentro; era successo proprio ciò che voleva evitare. Ma prima che potesse dire qualcosa, il predicatore disse: «So chi sei. So chi è la tua famiglia. C’è una somiglianza familiare evidente. Ma certo, tu sei figlio di…, tu sei figlio di…, tu sei figlio di Dio!».

Il vecchio disse: «Sa, signore, quelle parole mi hanno cambiato la vita». E con questo si alzò e se ne andò. —Ben Hooper, due volte governatore del Tennessee3

*

Per anni ho sorvegliato i bambini durante la ricreazione e le attività di gioco. In mezzo a tutte le corse, i salti, i litigi e i bei giochi, qualcuno finiva spesso per essere travolto, spinto, fatto inciampare ecc.

Spesso il bambino che aveva causato l’incidente alzava immediatamente la mano e diceva: «Non è colpa mia!» o «Non l’ho fatto apposta!» Naturalmente la priorità non era stabilire di chi fosse la colpa. La questione più importante è il benessere della “parte lesa”.

Ho assistito a questa scena così tante volte che alla fine mi sono resa conto che la maggior parte di noi deve imparare l’empatia. Non è una qualità naturale. I bambini confondevano il chiedere “scusa” per un’ammissione di colpa e, dato che non avevano fatto male di proposito, non sentivano la necessità di scusarsi. Nella vita, però, come succede nel parco giochi, a volte facciamo involontariamente del male a qualcuno e dobbiamo chiedere scusa.

Potremmo avere un motivo. Forse non c’eravamo accorti, non ci avevamo pensato fino in fondo, non abbiamo preso in considerazione le ripercussioni delle nostre azioni. Forse c’erano delle attenuanti, delle incomprensioni, altre persone coinvolte. Ogni storia ha almeno due lati. Il problema è che quando diciamo: «Scusa, ma lascia che ti spieghi…», di solito poniamo l’accento su noi stessi invece che sulla persona che abbiamo ferito. Così diventiamo noi la vittima di un’incomprensione. A volte è utile offrire dei chiarimenti, se possibile, e presentare il nostro lato della storia; ma prima vengono le cose importanti: qualcuno s’è fatto male? Delle scuse fatte con sincerità contengono un balsamo guaritore.

Torniamo al parco giochi. Un’altra lezione che ho imparato dai miei trentacinque anni di lavoro con i bambini è questa: se chiediamo scusa in fretta, l’altra persona di solito perdona in fretta. Questa è la parte migliore. —Sally Garcia

*

Chiedere scusa non vuole sempre dire che tu hai torto e l’altra persona ragione. Significa semplicemente che valuti il vostro rapporto più del tuo io. —Anonimo

*

Quando le scuse sono dovute, fatele apertamente, poi fatele seguire dalle vostre azioni. —Judy Ford

*

Chiedere scusa è come un profumo piacevole; può trasformare il momento più goffo in un regalo prezioso. —Margaret Lee Runbeck (1905–1956)

Pubblicato originariamente sull’Ancora in inglese il 27 agosto 2026.


1 “What does it mean to speak life?” gotquestions.org, https://www.gotquestions.org/speak-life.html

2 Greg A. Lane, My Morning Walks with God (Inspired Design & Graphics, 2016).

3 Fonte: Raccontato in Tony Campolo, It’s Friday but Sunday’s Comin’ (Word, 1985).

Copyright © 2026 The Family International