Peter Amsterdam
Nel Vangelo di Luca troviamo diverse parabole che iniziano con una domanda che ha una risposta ovvia. Per esempio, Gesù chiese: «Qual uomo fra voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro alla perduta finché non la ritrova?» (Luca 15:4). In un altro punto leggiamo: «Chi di voi infatti, volendo edificare una torre, non si siede prima a calcolarne il costo, per vedere se ha abbastanza per portarla a termine?» (Luca 14:28).
Altre parabole iniziano con domande a cui tutti risponderebbero con una negazione. Per esempio: «E chi è tra voi quel padre che, se il figlio gli chiede […] un pesce gli dà al posto del pesce una serpe?» (Luca 11:11).
La parabola del servo ubbidiente inizia, non con una domanda sola, ma con tre, due delle quali richiedono una risposta negativa e l’altra una risposta positiva.
«Ora chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge gli dirà quando è tornato a casa dai campi: “Vieni subito a metterti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi affinché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”?
Ringrazierà forse quel servo perché ha fatto le cose che gli erano state comandate? Non lo penso. Così anche voi, quando avrete fatto tutte le cose che vi sono comandate, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare”» (Luca 17:7–10).
In questa parabola Gesù parla di un servo, parola che in alcune versioni della Bibbia è tradotta come schiavo. Il motivo di ciò è che la parola greca doulos può essere tradotta come servo, servo vincolato o schiavo. Ai tempi di Gesù, la schiavitù era comune in tutto l’Impero Romano. Si calcola che dal venti al trenta per cento degli abitanti nell’impero fossero schiavi. Che Gesù abbia usato l’esempio di un servo o uno schiavo non significa che approvasse la schiavitù. Nella parabola usò un servo/schiavo per esprimere un certo punto, visto a quei tempi era una cosa molto comune ed era un concetto che la gente avrebbe certamente capito. Forse possiamo intravedere l’atteggiamento di Gesù riguardo alla schiavitù nella richiesta rivolta ai suoi seguaci di perdonare agli altri i loro debiti, cosa che avrebbe minato la base della schiavitù legata ai debiti (Matteo 6:12). Nelle Scritture leggiamo anche che Gesù, «pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo» (Filippesi 2:6–7). Anche qui il termine per servo è doulos.
Ai tempi di Gesù la schiavitù non aveva niente a che fare con la razza, come successe poi con il colonialismo nel XVII secolo. Ai tempi dell’Impero Romano era opinione comune che la libertà di alcuni era possibile solo perché altri erano schiavi. I concetti della libertà come diritto universale e della schiavitù come un male erano molto estranei alla cultura dei tempi. La maggior parte degli schiavi veniva dalla parte perdente in un conflitto, e i loro figli dopo di loro.
Alcuni si vendevano in schiavitù per sfuggire alla povertà o pagare i debiti, mentre altri lo facevano per ottenere qualche lavoro particolare. A volte gli schiavi potevano controllare delle proprietà e possedere a loro volta degli schiavi. Non era insolito che degli schiavi venissero liberati o a un certo punto fossero in grado di comprare la loro libertà. Alcuni schiavi erano istruiti e molti avevano posizioni delicate o di grande responsabilità. Alcuni erano istruiti e fungevano da medici, architetti, artigiani, negozianti, cuochi, barbieri e artisti. Alcuni gestivano gli affari del loro padrone ed erano considerati parte della sua famiglia.
Nella cultura del tempo, molte persone traevano un senso d’importanza e di onore personale, oltre che sicurezza economica e alimentare, servendo qualcuno di un livello o uno strato sociale più alto e facendo parte della sua casa. Anche se non era sempre così, non era nemmeno una cosa insolita. Comunque, qualsiasi fosse la loro situazione, ai giorni di Gesù gli schiavi erano pur sempre schiavi e non persone libere.1
La risposta alla domanda iniziale (se chi aveva un servo, aratore o pastore che fosse, lo avrebbe invitato alla sua tavola) sarebbe stata che nessuno degli ascoltatori avrebbe nemmeno preso in considerazione l’idea di farlo. A quei tempi i ruoli tradizionali di padrone e di servo erano ben definiti e tollerare una cosa del genere avrebbe indicato che il servo aveva lo stato di un ospite onorato o fosse uguale al padrone. Iniziare la parabola a questo modo avrebbe stuzzicato la curiosità degli ascoltatori.
Gesù poi pone una seconda domanda: «Non gli dirà piuttosto: “Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi affinché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”?» (Luca 17:8). Anche se a noi sembra piuttosto duro che ci si aspettasse che una persona di ritorno da una giornata di lavoro dai campi cucinasse un pasto, servisse il padrone e avesse il permesso di mangiare solo dopo aver eseguito tutti questi compiti, nel mondo antico questo era considerato normale.
Nel contesto di quei tempi, nessuno degli ascoltatori di questa parabola si sarebbe aspettato che un servo ricevesse un trattamento speciale solo per aver svolto i propri doveri. Il servo faceva semplicemente quello che ci si aspettava da lui. Il padrone non era in debito con il servo perché aveva custodito le pecore o arato il campo e nessuno si aspettava che il servo ricevesse qualche privilegio per aver fatto semplicemente il suo lavoro. Il servo aveva messo le esigenze del padrone prima delle proprie. Aveva riconosciuto e accettato che il suo primo dovere era servire il padrone.
Alla terza domanda — «Ringrazierà forse quel servo perché ha fatto le cose che gli erano state comandate?» — gli ascoltatori avrebbero risposto nuovamente: “Certo che no”. La parola greca tradotta con “ringraziare” è charis, che solitamente nel Nuovo Testamento è tradotta con “grazia”. Nel Vangelo di Luca, tuttavia, è usata anche per trasmettere il significato di credito o favore. La domanda, quindi, è: il maestro dà credito al servo o gli dà una ricompensa per aver fatto quello che gli era stato detto?
Kenneth Bailey lo spiega così:
Il padrone potrebbe benissimo esprimere il suo apprezzamento a un servo con qualche parola amichevole di ringraziamento, dopo una giornata di lavoro. La questione però è molto più seria. Il padrone è forse in debito col servo perché questo ha ubbidito ai suoi ordini? Questa è la domanda che si aspetta una risposta assolutamente negativa nella parabola.2
A questo punto Gesù si rivolse agli ascoltatori, che qui nel Vangelo di Luca sono i suoi discepoli, dicendo: «Così anche voi, quando avrete fatto tutte le cose che vi sono comandate, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare”.» (Luca 17:10).
Questa espressione, “servi inutili” – o in altre traduzioni “semplici servi” o “servi indegni” – può essere tradotta anche con “senza bisogno”. In altre parole, Gesù afferma che i servi o i discepoli che fanno le cose comandate loro sono “senza bisogno”, nel senso che non hanno nessun credito nei confronti del padrone.
Il messaggio, applicato ai discepoli, era che chi serve Dio non addebita niente a Dio. Dio non è indebitato con chi lo serve.
Dio non ci deve nulla, mentre noi gli dobbiamo tutto, compresa la nostra vita. Come scrisse Paolo: «Che cosa possiedi, che tu non abbia ricevuto?» (1 Corinzi 4:7). Ciò non significa che Dio non ricompensi chi lo ama e lo serve, ma solo che il nostro rapporto con Dio non implica che possiamo guadagnare, meritarci o negoziare una ricompensa. Un discepolo è un servo che serve il Signore per amore, dovere e lealtà nei suoi confronti.
L’apostolo Paolo si definì un doulos (servo/servo-vincolato/schiavo): «Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio» (Romani 1:1; vedi anche (Tito 1:1). Ciò significa che vedeva il suo rapporto con il Signore come quello di una persona che lavora per un senso di dovere e lealtà, invece che per ottenere un guadagno finanziario o d’altro tipo. Serve con un senso di sicurezza totale, sapendo che il suo padrone si prenderà cura di lui.
La salvezza è un dono che ci viene fatto da Dio; non lavoriamo per guadagnarcela. Svolgiamo il nostro servizio per gratitudine e amore, oltre che per dedizione e fedeltà nei confronti di chi ci ha redento. Quando abbiamo fatto quello che ci ha ordinato, sappiamo che non ci “deve” nulla. Non dovremmo tenere un registro mentale di tutte le cose che abbiamo fatto per il Signore, aspettandoci che Dio si senta in debito con noi per averle fatte.
Ciò non significa che non ci siano ricompense per chi serve Dio. Gesù ne parlò molte volte.
Quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra, affinché la tua elemosina si faccia in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente(Matteo 6:3–4,6).
«Allora il Re dirà a coloro che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il regno che vi è stato preparato sin dalla fondazione del mondo» (Matteo 25:34–36).
Ci viene promessa una ricompensa, ma non dobbiamo credere che sia il nostro rapporto con Dio a farcela meritare, o che possiamo negoziare o darci da fare in qualche modo per ottenerla o guadagnarla. Come servi del Signore, lavoriamo per Lui per amore e per adempiere il nostro dovere per Lui per gratitudine. Ciò che riceviamo da Dio è un dono dalla sua mano, non un pagamento per i servizi resi. Lo serviamo perché ci ha salvato e perché siamo grati. Lo serviamo perché lo amiamo. E Lui ci ricompensa perché il nostro servizio è motivato da amore e gratitudine e non dalla speranza di una ricompensa.
Pubblicato originariamente nell’ottobre 2017.
Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 3 agosto 2026.