Le nozze e il vino

Luglio 16, 2026

Peter Amsterdam

[The Wedding and the Wine]

Nel secondo capitolo del Vangelo di Giovanni leggiamo del primo miracolo operato da Gesù durante una festa di nozze a cui prese parte a Cana di Galilea. Cana, a circa quattordici chilometri a nord di Nazaret, era la città natale di Natanaele, uno dei primi discepoli di Gesù (Giovanni 21:2). Maria, madre di Gesù era presente alle nozze, a cui erano stati invitati anche Gesù e i suoi discepoli (Giovanni 2:1–2).

Secondo le usanze di quei tempi, i festeggiamenti per le nozze duravano fino a sette giorni e molti amici degli sposi rimanevano per l’intero periodo. In netto anticipo rispetto alle feste, la coppia si era fidanzata – un impegno legalmente valido che poteva essere rotto soltanto con un vero e proprio procedimento legale. Il giorno delle nozze era quello in cui lo sposo portava la sposa a casa sua, o a quella dei propri genitori.

Gli scritti ebraici parlavano dell’importanza del vino in occasioni festose come le nozze. Nell’antico mondo mediterraneo era abituale mescolare acqua al vino servito durante i pasti, spesso due o tre parti d’acqua ogni parte di vino. Gli invitati alle nozze spesso bevevano fino a notte tarda ed era socialmente inaccettabile non assolvere pienamente i doveri di ospitalità non fornendo cibo e bevande sufficienti per le feste. Restare senza vino sarebbe stata una vergogna su cui la gente avrebbe spettegolato per anni.1 Tuttavia è esattamente ciò che avvenne alle nozze cui partecipò Gesù.

«Essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”» (Giovanni 2:3). Udendo il commento di sua madre, Gesù le rispose: «Che cosa c’è tra te eme, o donna? L’ora mia non è ancora venuta» (Giovanni 2:4).

Lo si può considerare un velato rimprovero, simile a quello che Gesù fece al funzionario il cui figlio era in punto di morte, quando disse: «Se non vedete segni e miracoli, voi non credete» (Giovanni 4:48), anche se poi procedette a guarire il bambino. Allo stesso modo, la reazione di Gesù a sua madre non era un rifiuto.

Il commentatore biblico Craig Keener propone: «Il motivo principale per il rimprovero doveva essere che sua madre non capiva ciò che questo segno sarebbe costato a Gesù; avrebbe iniziato il suo percorso verso la sua ora, la croce». Philip Yancey ha scritto: «Si sarebbe avviato un orologio che non si sarebbe fermato fino al momento del Calvario».

Il modo in cui Gesù chiamò sua madre donna non era consueto, ma non era nemmeno irrispettoso. In altri momenti si rivolse ad alcune donne usando lo stesso termine, ma sempre in maniera rispettosa.2 Questo uso forse indica che Gesù voleva mettere una certa distanza tra sé e sua madre e dichiarava che il loro rapporto stava cambiando mentre si apprestava a iniziare il suo ministero pubblico. È un po’ come nell’affermazione pubblica che fece in seguito: «Chiunque fa la volontà di Dio, questi è mio fratello, mia sorella e madre» (Marco 3:34–35).

Rispondendo a sua madre che «la sua ora» non era ancora venuta, molto probabilmente Gesù si riferiva al momento della sua morte, della sua chiamata messianica, come fece la maggior parte delle diciassette volte in cui parlò della propria morte o di argomenti a essa relativi

Dopo che Gesù si rivolse a Maria, questa disse ai servitori: «Fate tutto quello che Egli vi dirà» (Giovanni 2:5), indicando che si aspettava che Gesù avrebbe agito, che poteva e avrebbe fatto qualcosa per rimediare alla situazione. Maria agì per fede e così facendo diede un esempio di come pregare, presentando il bisogno e confidando che Dio avrebbe risposto secondo la sua volontà.

«Or c’erano là sei recipienti di pietra, usati per la purificazione dei Giudei, che contenevano due o tre misure ciascuno. Gesù disse loro: “Riempite d’acqua i recipienti”. Ed essi li riempirono fino all’orlo» (Giovanni 2:6–7).

I recipienti pieni d’acqua servivano per i riti di purificazione. Il Vangelo di Marco si riferisce a questo quando disse: «Infatti i farisei e tutti i Giudei non mangiano se non si sono prima lavate le mani con gran cura, attenendosi alla tradizione degli anziani; e, quando tornano dalla piazza, non mangiano senza prima essersi purificati» (Marco 7:3–4).

Si trattava di grandi recipienti usati per conservare l’acqua necessaria per le normali abluzioni richieste per i riti di purificazione delle persone. L’acqua e i recipienti dovevano essere ritualmente puri. Se per qualsiasi ragione si fossero contaminati, sia l’acqua sia il recipiente sarebbero stati impuri. Quando ciò avveniva, se il recipiente era d’argilla, doveva essere distrutto. Se era di pietra, non era necessario distruggerlo ma poteva semplicemente essere pulito e riusato (Levitico 11:32). In genere, in ogni casa era possibile trovare un paio di questi recipienti, quindi in un’occasione del genere alcuni sarebbero stati presi in prestito da altri abitanti del villaggio.

Come si può vedere in tutti i Vangeli, Gesù, che normalmente osservava la legge giudaica, spesso dava la precedenza ai bisogni della gente piuttosto che al semplice rispetto della legge.3 In questa occasione, chiaramente Gesù ritenne che fosse più importante risparmiare l’umiliazione allo sposo e lo scontento agli ospiti, che osservare la tradizione della purificazione mediante l’acqua.

Le istruzioni di Gesù di riempire i recipienti erano più facili da impartire che da eseguire. Avere sei recipienti, giare che contenevano dai 75 ai 113 litri d’acqua, voleva dire avere a disposizione dai 454 ai 682 litri, per un peso totale dai 454 ai 682 chili. Presumibilmente i recipienti non erano completamente vuoti; ciononostante l’acqua necessaria a riempirli probabilmente doveva essere attinta dal pozzo del villaggio e portata fin lì. Una volta completato, avvenne il miracolo, in maniera da non attirare attenzione.

Gesù poi disse ai servitori: «Ora attingete e portatene al maestro della festa». Ed essi gliene portarono» (Giovanni 2:8). Il maestro della festa era probabilmente il testimone o un amico dello sposo, con la responsabilità di badare agli intrattenimenti e alla musica; come parte dei suoi doveri avrebbe dovuto stabilire fino a che punto il vino doveva essere allungato. Questo maestro di cerimonia probabilmente osservava quanto gli ospiti bevevano. Sapeva che tendevano a bere di più all’inizio del banchetto e che col procedere della serata i loro sensi sarebbero stati un po’ annebbiati, quindi si poteva servire del vino di qualità inferiore, senza che si notasse la differenza.

«E, come il maestro della festa assaggiò l’acqua mutata in vino (or egli non sapeva da dove venisse quel vino, ma ben lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), il maestro della festa chiamò lo sposo, e gli disse: «Ogni uomo presenta all’inizio il vino migliore e, dopo che gli invitati hanno copiosamente bevuto, il meno buono; tu, invece, hai conservato il buon vino fino ad ora» (Giovanni 2:9–10).

Senza saperlo, il maestro della festa stava confermando il miracolo operato da Gesù. Non aveva idea che il vino fosse stato attinto dai recipienti dell’acqua; sapeva soltanto che la sua qualità era migliore di quello servito fino a quel punto. A questo punto i servitori che avevano attinto l’acqua si sarebbero resi conto che era avvenuto un miracolo, ma non ci sono indicazioni che gli altri se ne siano accorti, forse a eccezione di Maria. In seguito scopriamo che anche i discepoli l’avevano notato.

In questa storia, Gesù fece il sorprendente miracolo di alterare la composizione molecolare dell’acqua, trasformandola in vino. In termini odierni, Gesù fornì tra le 605 e le 910 bottiglie di buon vino. Un bel regalo di nozze! Provvide miracolosamente e generosamente in un momento di bisogno, come farà di nuovo quando nutrirà le folle.

Lo scrittore del Vangelo termina dicendo: «Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in Lui» (Giovanni 2:11).

Il Vangelo di Giovanni si riferisce alle azioni o ai miracoli di Gesù chiamandoli «segni». Il termine greco tradotto con segno in questo contesto sta a indicare «miracoli e prodigi mediante i quali Dio autentica gli uomini da Lui inviati».

Un altro esempio di come i segni fatti da Gesù fossero visti come una conferma da parte di Dio fu quando Nicodemo disse: «Maestro, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio, perché nessuno può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui» (Giovanni 3:2). I segni di Gesù dimostravano che Dio operava attraverso di Lui, venivano da Dio, puntavano a Dio e quindi generavano fede. In questo caso, i discepoli che erano con Lui «credettero in Lui».

I segni manifestavano anche la gloria di Gesù. In precedenza i Vangeli ci avevano detto che «la Parola si è fatta carne ed ha abitato fra di noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, come gloria dell’unigenito proceduto dal Padre, piena di grazia e di verità» (Giovanni 1:14). Il racconto di Giovanni a proposito del primo segno operato da Gesù parla di una manifestazione della gloria, come l’ultimo miracolo narrato nel suo Vangelo: la risurrezione di Lazzaro dai morti, quando Gesù disse a Marta: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» (Giovanni 11:40).

Con questo primo miracolo ci facciamo un’idea di cosa Gesù intendesse quando disse: «In verità, in verità io vi dico che da ora in poi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo» (Giovanni 1:51).

Pubblicato originariamente nell’aprile 2015.
Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 16 luglio 2026.


1 Craig S. Keener, The Gospel of John: A Commentary (Baker Academic, 2003), 501–502.

2 Vedi Giovanni 4:21; 20:13–15; Matteo 15:28; Luca 13:12.

3 Vedi, per esempio, Matteo 12:1–8; Marco 3:1–5; Luca 13:10–17; 14:1–6; Giovanni 5:1–18.

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